DTP: Quattro elementi di base

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di Marcello Maria Perongini – Visual Editor, Diagramador e Blogger

L’importante non è quello che vedi, ma quello che guardi.

Henry David Thoreau

Nessuna persona sana di mente si avventurerebbe in percorsi sconosciuti senza un qualche punto di riferimento, una buona bottiglia e almeno un panino.

Questo basilare principio di sopravvivenza, ovviamente, vale anche per il DTP.
In questo campo, peraltro, gli elementi che concorrono a formare il nucleo di conoscenze propedeutiche è riassumibile in appena 4 elementi:

  1. Contrasto
  2. Prossimità
  3. Allineamento
  4. Ripetizione

Prima di analizzare passo a passo questi quattro elementi, comunque, è bene tenere a mente che si tratta di “concetti generali” prima ancora che di regole invariabili o specifiche. La progettazione e realizzazione di un prodotto editoriale è pur sempre un processo dominato dalla creatività, disciplinato da norme universalmente accettate e indirizzato a stabilire un solido rapporto di reciproca fiducia tra il mezzo di comunicazione e i suoi destinatari.

Pertanto, i quattro principi di seguito elencati sono da intendersi nella loro valenza generica, da cui è consentito (e perfettamente lecito) allontanarsi per ottenere i risultati desiderati.

̶̶  Contrasto

Il contrasto è il principale motivo di attrazione visiva del lettore verso l’architettura globale di una pagina impressa (o di una pagina web).
Quando si osserva una particolare pagina di un giornale, di un libro o di un sito web, la presenza di elementi “contrastanti” incita il lettore a prestare maggiore attenzione al suo contenuto. La ragione può essere superficialmente ricondotta all’abitudine inconscia di allenare il nostro cervello a compiere delle scelte.

Ogni qualvolta abbiamo l’esigenza di selezionare uno tra più elementi, siamo istintivamente propensi a riflettere per qualche secondo su quale sarà la scelta che risponde meglio al nostro bisogno. Maggiore è la quantità di elementi in esame, maggiore sarà il tempo necessario a risolvere l’enigma.

La medesima riflessione vale per quanto riguarda la qualità delle parti coinvolte.

La comprensione dei principi di fondo di tali meccanismi si rivela una precisa e affidabile arma d’assalto tanto per il designer, quanto per l’impaginatore o il publisher, perchè consente di stimolare (sfruttando in una certa misura il vantaggio dell’effetto sorpresa) l’attenzione del lettore, risalendo canali percettivi non abitualmente sorvegliati dalla “coscienza critica”.

Operativamente, per ottenere l’effetto desiderato, è richiesta la compresenza in un unico blocco visivo (ad esempio la pagina), di qualche elemento di distacco, che catturi l’attenzione e svolga la funzione di punto d’appoggio per l’intera architettura.

Esemplificando, l’inserimento in una pagina di rivista di due fotografie cromaticamente diverse costituisce un ottimo punto di partenza per dare inizio ad una salutare sosta di curiosità da parte del lettore.

Ma non è tutto qui. Altri elementi possono svolgere egregiamente lo stesso compito:

Una parola evidenziata in grassetto all’interno di una colonna (ad esempio, un titoletto), un occhiello a cavallo di due colonne (la cosiddetta “civetta”), un elemento cromatico in fondo al testo incolonnato (ad esempio, il quadratino marcapunto utilizzato da molte testate), una linea sottile a dividere due articoli affiancati, una fotografia e un grafico disposti strategicamente, e via discorrendo.

Non bisogna poi dimenticare che il formato finale incide significativamente sulla quantità e sulla qualità degli elementi compositivi utilizzati. Per questo motivo, è sempre opportuno equilibrare con oculatezza gli spazi occupati e quelli vuoti. In definitiva, anche questi ultimi possono essere un ottimo pretesto per creare ritmo e scorrevolezza.

Riassunto: In generale, un certo numero di elementi disposti nella pagina – purché adeguato alle dimensioni complessive del mezzo – tenderà sempre a restituire un tempo di attenzione maggiore da parte dell’utente.

̶̶  Prossimità

Il primo equivoco che può sorgere nel momento in cui si conteggiano gli elementi di contrasto applicati alla pagina è quello di considerare tutte le componenti come entità individuali.

Per risolvere l’impasse è necessario chiarire quali elementi devono essere conteggiati insieme e quali possono essere distinti nella computazione. Il criterio normalmente usato per stabilire queste differenze è la cosiddetta prossimità.

Gli oggetti visivi che creano corrispondenza diretta (titolo e testo, foto e didascalia, civetta e colonne, “bianchi e neri” – cioè spazi occupati e vuoti, ecc.) devono essere raggruppati in una cifra unitaria, poichè  l’ordine di cui necessitano è di norma direttamente consecutivo. In altri termini, i blocchi derivati dalla composizione di almeno due degli elementi citati (che, per la cronaca, sono sempre molto più complessi) nascono e vivono in strettissima vicinanza, e devono perciò considerarsi come un unico elemento di contrasto.

Ancora una volta, la prossimità degli elementi compositivi non è una “scienza esatta”, nel senso che lo scopo ultimo della loro presenza è e rimane il principale elemento discriminante nella scelta della collocazione spaziale.

Ad ogni modo, anche la finalità comunicativa deve seguire la norma per cui gli elementi che fanno riferimento alla medesima informazione devono essere tenuti insieme. Il posizionamento aleatorio delle parti ha sempre per effetto collaterale l’aumento incontrollato del disordine e della disarmonia visiva.

Tanto per usare un esempio estremo, si immagini di leggere il menu di un ristorante e di scoprire che i loro piatti – tutti eccellentissimi – sono elencati alla rinfusa, per cui quel meraviglioso spaghettino con gli scampi è appena una riga sotto lo zampone di maiale in crosta e un paio di righe sopra lo strudel di cocomero e ghiande. La cosa in sé potrebbe non preoccuparvi più di tanto, ma è abbastanza ovvio che chi ha concepito il menu dovrebbe essere decapitato sul posto!

I blocchi compositivi migliorano la loro leggibilità e fruizione quando sono disposti armonicamente gli uni con gli altri, secondo un principio di prossimità che ne favorisca l’ordine e la fluidità, contribuendo peraltro ad un’efficace funzione di contrasto.

Riassunto: La prossimità favorisce la consistenza della pagina e, in generale, del mezzo di comunicazione. Occhio allo strudel di scampi in crosta!

̶̶  Allineamento

La pulizia della pagina è un requisito essenziale per la riuscita dell’esperienza grafica complessiva. Lo strumento che consente di ottenere il risultato maggiore, con lo sforzo minore, è l’allineamento.

Blocchi, decorativismi, testo avulso e tutto ciò che contribuisce alla composizione della pagina deve presentare il colpo d’occhio della sua regolarità lineare. Il problema è piuttosto marginale quando ci riferiamo al lato sinistro (per convenzione di lettura) del contenitore utilizzato; tuttavia, i lati superiore, inferiore e destro di ogni elemento possono talvolta impegnare molte energie per ottenere i risultati perseguiti.

In genere, una buona scorciatoia per “limitare i danni” derivati da un uso improprio degli allineamenti, è quello di far coincidere due linee di margine, distanziate di qualche punto tipografico, al lato di ogni elemento impaginato, affinché ogni elemento ulteriormente collocato a ridosso delle medesime linee possa “appoggiarsi” ad esse. La maggior parte dei software di grafica e DTP consentono di inserire materialmente una linea-guida (verticale e orizzontale) in qualsiasi punto della pagina, con lo scopo di fornire un punto di ancoraggio per tutti gli elementi da posizionare ed allineare.

Con un buon uso degli allineamenti, migliora anche la disposizione degli elementi in gioco, secondo il principio della prossimità: ad ogni blocco deve corrispondere una certa quantità di “bianco”, il gutter o alley, che funzioni da elemento divisorio per evitare zone di sovrapposizione grafica e testuale.

Prima di intraprendere qualsiasi sperimentazione è da considerarsi obbligatoria l’esplorazione delle infinite possibilità offerte dal gutter, sul cui potenziale ritmico si fonda, a mio modesto parere, la migliore presentazione possibile di qualsiasi font.

̶̶  Ripetizione

L’ultimo dei quattro concetti di base, ma probabilmente il primo per importanza.

La sua collocazione a chiusura di questo post, pertanto, deve intendersi come disposizione di prestigio, dovendo necessariamente rimanere ben impresso nella mente di chiunque si avvicini al mondo della produzione visuale.
Avviso sin da questo momento che il concetto di ripetizione sarà spesso citato, direttamente o indirettamente, in successivi interventi. Il motivo è che intorno ad esso ruotano una serie di declinazioni professionali articolate e consistenti su cui è imprescindibile ritornare con frequenza.

La consistenza di una pubblicazione (cartacea o virtuale) è legata a doppio filo alla ripetitività con cui certi elementi si presentano al lettore o all’utente.

Un esempio abusato ma attualissimo è il noto social network Facebook. Ogni singola pagina della gigantesca piattaforma di comunicazione sociale ripete costantemente alcuni elementi identificativi, quali il nome del servizio (Facebook, appunto), il colore blu di tutti gli elementi fissi, la grafica dei bottoni di condivisione, ecc.

Non tutti hanno però notato che è del tutto impossibile modificare il set di colori o di caratteri con cui le pagine si presentano all’utente. Altre piattaforme (MySpace, Yahoo o l’altrettanto immensa piattaforma iGoogle) consentono un certo livello di personalizzazione, che nel caso di MySpace hanno condotto ad un netto sopravvento dell’utenza e la conseguente perdita di interesse nei confronti del promettente network – ovviamente non è questa la prima o la più importante delle ragioni, ma certamente una di quelle che hanno contribuito al deterioramento complessivo del servizio.

La ripetitività nella somministrazione del marchio è utile per due ordini di ragioni:

La prima è legata alla popolarità del mezzo di comunicazione cui esso fa riferimento, destinata a crescere in misura direttamente proporzionale alla sua visibilità.

La seconda, meno subliminale e più influente, è relativa alla crescita del sentimento di affidabilità che l’utente medio ripone nella società commerciale che amministra il sito più frequentato al mondo. In questo modo, fulcro della strategia posizionale di Facebook, entrambi gli attori dello scambio reso possibile dal network ne emergono, nella realtà o nella propria percezione, rinforzati.

Facebook, che non è di certo l’inventore di questo sistema relazionale, costituisce oggi il suo migliore interprete.

La stessa strategia è rintracciabile nella carta stampata, dalla norma grafica delle testate giornalistiche allo stile di collana pedissequamente tutelato dalle case editrici, dalla relativa creatività della comunicazione visuale delle case discografiche, limitata dalla finitezza spaziale del supporto meccanico di trasmissione (il cd, ad esempio, ma ancor di più le preistoriche musicassette), al macrocosmo – anch’esso finito – delle case di produzione cinematografica (peraltro, per motivi in parte analoghi alle case discografiche).

Dal punto di vista strettamente grafico, la ripetizione degli elementi di design nei differenti contenitori di cui ogni progetto si compone (pagine, nel caso di giornali, libri, ecc.) favorisce lo sviluppo dell’organizzazione delle sue parti e consolida l’unità complessiva del prodotto finito.

Per ottenere tali risultati, ogni elemento significativo può e deve essere ripetuto tante volte, nell’arco spaziale del prodotto, quante ne risultino necessarie a ottenere la sua consistenza.

Forme, colori, fonts, dimensioni, formato, design grafico e tutto ciò che interviene nella progettazione e realizzazione di un prodotto editoriale devono essere pianificati meticolosamente, per scongiurare l’effetto straniante, e potenzialmente fatale dal punto di vista commerciale, di una sua inefficace presentazione.

Riassunto: La ripetizione degli elementi significanti è il centro della migliore strategia di consolidamento di un marchio e dei suoi prodotti (editoriali e non solo): ne costruisce l’immagine e stimola nell’utente la crescita di fiducia, a vantaggio della consistenza.

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Graphic Design e Desktop Publishing: le differenze

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Qual è la differenza tra Graphic Design e Desktop Publishing?

di Jacci Howard Bear – freelance Graphic Designer, scrittrice e artista

Graphic Design e Desktop Publishing condividono un  tale numero di somiglianze da essere spesso utilizzati come termini intercambiabili.

Non c’è nulla di realmente terribile nell’uso indistinto di un termine o dell’altro, ma è utile conoscere e comprenderne le principali differenze, e come le persone utilizzano o confondono le due discipline:

  • Graphic Design: La professione del graphic designer  è strettamente legata al processo creativo attraverso il quale emergono i concetti, le idee e le conseguenti soluzioni rivolti alla comunicazione visiva di uno specifico messaggio;
  • Desktop Publishing: Al DTP si riferisce, invece, il processo meccanico che designer e “non-designer” eseguono per  trasformare le loro idee (destinate a testi, documenti, brochure, depliant, posters, pannelli, newsletters ed altri progetti grafici) in files digitali utilizzati nella stampa commerciale o individuale;

Sebbene il Desktop Publishing richieda una certa dose di creatività, com’è intuibile sin dalla distinzione appena illustrata, si tratta di un processo più orientato alla realizzazione materiale di un prodotto di editoria, che alla sua pura ideazione grafica.

Il software è uno dei comuni denominatori

I graphic designers utilizzano software e tecniche proprie del DTP per realizzare “prove di stampa” delle loro intuizioni. Ciò è reso possibile dal fatto che le applicazioni per l’editoria individuale permettono una rapida e contestuale visualizzazione dei risultati ottenuti combinando tra loro layouts differenti, caratteri, colori e qualunque elemento sia richiesto dal progetto grafico in esecuzione.

Anche i non-designers utilizzano software e tecniche proprie del DTP  per realizzare progetti grafici per lavoro o per piacere. In essi, la quantità di creatività e competenze specifiche impiegate è un fattore estremamente variabile.  Computer e software, affiancati a  templates professionali, permettono all’utenza media di costruire e stampare progetti grafici in parte assimilabili al lavoro dei professionisti. Tuttavia, il gap sostanziale sarà in ogni caso evidente già ad un’analisi sommaria del risultato finale, inevitabilmente affetto dalla’inferiore nitidezza concettuale, dalla minore meticolosità delle rifiniture , o dalla insufficiente polimentatura, identificabili in un prodotto realizzato da un grafico esperiente.

Graphic design

è il processo e l’arte di combinare testo e grafica, con il fine di trasmettere efficacemente un messaggio visuale.

Desktop publishing

è il processo, realizzato attraverso un sistema informatico e sue dipendenze (gli applicativi), di combinazione grafica e testuale con lo scopo di produrre un documento editoriale finito.

Graphic Design = “Buono” || Desktop Publishing = “Cattivo”
Anatomia di un mito.

Graphic design e Desktop Publishing, si affermava all’inizio, sono spesso utilizzati indistintamente; tuttavia il DTP, in parte trattandosi di un procedimento produttivo svolto anche da non-designers, è sovente considerato un’attività gerarchicamente in subordine rispetto al Graphic Design. In realtà, le due discipline provengono da tradizioni storiche perfettamente parallele, gemellate (questo sì) da molti punti di reciprocità.

Non tutti i publisher impegnati nel DTP si occupano di Graphic Design, ma molti grafici sono coinvolti in attività che necessitano del Desktop Publishing – la produzione collaterale del design. Il termine publisher può essere riferito tanto ai grafici quanto ai non-designers (termine terrificante, finalmente l’ho detto, ma piuttosto esaustivo. ndr), ma che di frequente suggerisce una connotazione negativa di amatorialità.

Alcuni professionisti sono piuttosto espliciti nell’esprimere il loro distacco ideologico dal DTP; il che, in tutta sincerità, risulta abbastanza incongruente, considerando che in buona parte del loro lavoro è necessaria una certa attività di Desktop Publishing. Ciò che li infastidisce, comunque, non riguarda il DTP in sé – poichè si tratta di una parte realisticamente marginale del’intero processo creativo – bensì l’uso approssimativo (reale o percepito) della composizione grafica e testuale da parte dei non addetti ai lavori.

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