Barbecue Beats

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Il segreto del successo delle griglie non è la loro struttura, ma l’immaginazione con cui si possono usare

Allen Hurlburt

Alla base di ogni barbecue di successo c’è un’abilità che necessita di allenamento e costanza: Saper usare la Griglia.

Anche la capacità di scegliere bene le carni è un punto nevralgico, ma perché queste possano essere assaporate nella loro migliore cottura c’è bisogno, davvero, sul serio!, di imparare ad usare le griglie.

L’uso delle griglie è una disciplina elaborata, complessa e molto affascinante. Lo spettacolo dell’apprendere questo requisito basilare è che non richiede ripetizioni nel corso del tempo; una volta compresa nella sua essenza, TUTTO si incastra entro uno schema definito da linee ortogonali, risultando in uno stato di equilibrio ed ordine difficilmente raggiungibile in altro modo.

Non tutti i publisher concordano sulla loro importanza assoluta, principalmente perché attribuiscono alle griglie un valore operativo in parte irrilevante. Devo ammettere che riconosco la validità di una tale affermazione, almeno entro i limiti di certi percorsi sperimentali di edizione. Tuttavia, non provo la minima esitazione nell’affermare che l’uso corretto delle griglie sia fondamentale per imparare a “pensare” le pagine da mandare in stampa (o da pubblicare sul web).

Allo stesso modo, molti ritengono che per comprendere appieno il sistema a riquadri (il grid-system) sia imprescindibile maneggiare con sicurezza certi aspetti elementari del DTP, quali l’uso dei font o la conoscenza del mezzo di comunicazione cui il nostro lavoro è destinato. Ancora una volta, concordo solo fino ad un certo punto.

Per quanto mi riguarda, ritengo sia più utile fornire immediatamente gli strumenti che consentano di “riconoscere” il valore di un qualsiasi progetto editoriale, poiché in questo modo ogni nuova introduzione di concetti troverà subito corrispondenza in qualcosa di già visto e analizzato.

La preparazione di una presentazione adeguata dell’argomento si sta però rivelando un compito più arduo del previsto, soprattutto a causa dell’impressionante mole di risorse disponibili in Rete.

Il lavoro di ricerca e rimodulazione degli interventi sulle griglie ed il loro uso è lungo, ragione per cui, almeno per il momento, devo chiedere di pazientare qualche giorno e, nel frattempo, ingannare il tempo con un altro paio di post – comunque interessanti – sul Desktop Publishing e sul Graphic Design in senso generale.

Stiamo lavorando per voi.

ANAS – Azienda Nazionale Autonoma delle Strade

Quote №3

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L’ispirazione esiste, ma ti trova quando sei al lavoro.

Pablo Picasso

Il “quasi decalogo” del publisher in crescita

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Otto consigli pratici per le nuove leve del DTP

tratto da Graphic Design Blog – pubblicato il 24 Maggio 2011 – Versione Originale

I nuovi arrivati affrontano spesso seri problemi ad adattarsi ai nuovi set-up, ma è proprio durante questo processo che sprecano tempo a NON dimostrare il loro vero potenziale.

Gli otto consigli illustrati di seguito sono nati, nella versione originale dell’articolo, per essere di aiuto ai novelli graphic designers, ma data la loro estrema genericità possono essere un’ottima referenza anche per i nuovi publishers – e a voler dire tutta la verità, sono utilissimi a prescindere dal tipo di lavoro in cui siate capitati.
Per dirla breve, saranno anche trucchetti ovvi, ma non per questo cessano di essere interessanti.

№ 1 – Imparare dagli altri

Essere nuovi e relativamente inesperti nella pratica significa dover apprendere dall’esperienza dei pezzi grossi e dei colleghi. Arroganza e avventatezza non sono un buon sistema, perciò è bene osservare prima di tutto cosa fanno gli altri. Prendere intuitivamente qualche appunto e indicazione da chi frequenta da più tempo l’ambiente è la prima cosa davvero utile da fare
Una buona esperienza tecnico-pratica è il risultato della crescita progressiva del proprio bagaglio professionale, la cui causa principale sono stati molto spesso gli errori commessi. “Bruciare qualche tappa”, facendosi insegnare dai migliori, è una scorciatoia indolore per evitare almeno i più raccapriccianti.

№ 2 – Ricordare i nomi

Sebbene alcuni facciano molta fatica a ricordare i nomi, è cruciale memorizzare quelli dei vostri colleghi il più velocemente possibile. Apparire recettivi anche ad aspetti marginali del proprio lavoro garantisce quel leggero vantaggio necessario ad integrarsi velocemente nel gruppo operativo e “scomparire” dalla lista dei nuovi arrivati. Inoltre, rivolgersi a qualcuno interpellandolo con il proprio nome, piuttosto che identificarlo attraverso la mansione, è un sistema che tende a favorire la creazione di legami solidi, il che diventa vitale quando si lavora in team.

№ 3 – Chiedere

Molte volte la timidezza gioca brutti scherzi. Ad esempio, quando è necessario affrontare un problema di cui non si conosce, né si immagina affatto la soluzione. Regola d’oro in questi frangenti è quella di chiedere sempre a chiunque possa essere d’aiuto. Porre domande, a prescindere dalla propria anzianità professionale, genera una certa impressione positiva in chi è responsabile della buona riuscita del progetto; fino a prova contraria (e senza abusare dell’intelligenza altrui) è sempre meglio essere considerati inesperienti che incapaci. Anche le domande stupide possono richiedere risposte sorprendentemente complesse.

№ 4 – Gioco di squadra

Lavorare come freelancer o come interno sono due cose completamente differenti. “Essere il proprio capo” signfica ovviamente essere l’unico responsabile del proprio lavoro; ma in un contesto interno tutto il lavoro si svolge come parte di un processo complessivo, cui contribuiscono più persone e figure specifiche. Il trucco consiste nel riconoscere immediatamente lo sforzo professionale richiesto dalle determinate fasi e, quindi, fare di tutto per accorciare i tempi di coordinazione con i colleghi. Volendo ampliare il campo, anche il lavoro autonomo è dotato di necessità analoghe, soprattutto quando si tratta di calibrare i propri sforzi e ottimizzare i tempi, ad esempio delegando a terze parti alcune attività che richiedano troppo tempo o energie. Vista in quest’ottica, l’idea del “gioco di squadra” risulta essere più vicina ad uno schema organizzativo adattabile alle proprie esigenze specifiche, che non ad un processo asettico di automatizzazione del lavoro.

№ 5 – Organizzazione

Uno dei più comuni dilemmi degli ultimi arrivati è la disorganizzazione complessiva del proprio lavoro. In realtà, questa è una abilità affinabile solo attraverso un’adeguata progressione cronologica nel riconoscere e affrontare problemi quotidiani. Tuttavia, poiché sarà ovvio sin dall’inizio che molte cose si accumuleranno disordinatamente, è buona norma partire già con l’idea di dover trovare un posto per ognuna di esse. Riconoscere l’origine delle componenti principali del lavoro è un primo passo nello scegliere la loro destinazione, perciò è utilissimo identificare in primo luogo i canali attraverso cui i prodotti giungono alla vostra attenzione e cominciare ad organizzarli di conseguenza. Nel caso specifico del publisher, gli strumenti di lavoro saranno in parte materiali (cancelleria, ordini di servizio, pagine sciolte, fascicoli, fotografie, corrispondenza ecc.) e in parte virtuali (documenti di testo, immagini, layouts, pagine da stampare, ecc.); senza la predisposizione di un’adeguata gerarchia – anche arbitraria, in origine – l’ambiente di lavoro può detonare da un momento all’altro. Un utile trucchetto è quello di utlizzare parole-chiavi per indicizzare le proprie ricerche, anche manuali.

№ 6 – Fatti criticare

Il problema principale di chi comincia un nuovo lavoro è quello di sentirsi frustrato quando arrivano le critiche. L’avversione ad ogni discordanza confonde la destinazione finale della critica, cui spesso è dovuto l’impulso maggiore verso ogni miglioramento. Imparare ad ascoltare le critiche senza provare rancore o avvilimento è utile ad affinare le proprie abilità pratiche e relazionali. Ogni opinione contraria racchiude aspetti positivi che vale sempre la pena analizzare.

№ 7 – Nemici

Un’altra semplice regole per adattarsi rapidamente e positivamente ad un nuovo ambiente è quella di mostrarsi interessanti e amichevoli. Persone differenti reagiscono in modo diverso agli squilibri che un nuovo ingresso comporta ad un gruppo di lavoro affiatato. Inoltre, è bene tenere a mente che molto spesso chi entra sostituisce qualcuno che esce, ritrovandosi suo malgrado in una situazione doppiamente delicata. L’obiettivo di un cambiamento, però, è quello di apportare novità ad un ambiente saturo: è necessario divincolarsi in fretta da ogni possibile manifestazione ostile, ma senza obbligo alla dimenticanza. Ricordarsi tutto è un ottimo strumento per il ricatto emozionale. Potrebbe sembrare inopportuno e immorale, ma la moralità tende a intralciare i risultati. Contemporaneamente al tenere a bada i contrasti è sempre utile conoscere qualche alleato e stabilire con questi un rapporto positivo e rispettoso. Non è possibile prevedere quando e come sarà necessario cogliere i frutti di ciò che si è seminato.

№ 8 – Spiegazioni

Alle volte, quando si entra in un nuovo contesto, è complicato trovare il modo di esprimere le proprie idee ed opinioni. Si tratta di una reazione legittima, preferendo evitare di imbattersi in confronti involontari da cui venir fuori malconci. Tuttavia, qualunque sia la posizione che si andrà ad occupare, ad essa saranno associate problematiche pregresse che  richiederanno sin dall’inizio un punto di vista meno condizionato da stilemi radicati. La linea che divide una spiegazione da una polemica, però, è estremamente sottile e il fatto di non essere ancora conosciuti dai nuovi colleghi può indurre a valutazioni sommarie delle proprie opinioni. In special modo agli inizi, ogni idea riceverà un feedback relativo alla sua esposizione, più che la sua origine. Spiegarsi a fondo, senza tiranneggiare il tempo a disposizione, è SEMPRE il modo migliore per ottenere i risultati sperati.

DTP: Quattro elementi di base

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di Marcello Maria Perongini – Visual Editor, Diagramador e Blogger

L’importante non è quello che vedi, ma quello che guardi.

Henry David Thoreau

Nessuna persona sana di mente si avventurerebbe in percorsi sconosciuti senza un qualche punto di riferimento, una buona bottiglia e almeno un panino.

Questo basilare principio di sopravvivenza, ovviamente, vale anche per il DTP.
In questo campo, peraltro, gli elementi che concorrono a formare il nucleo di conoscenze propedeutiche è riassumibile in appena 4 elementi:

  1. Contrasto
  2. Prossimità
  3. Allineamento
  4. Ripetizione

Prima di analizzare passo a passo questi quattro elementi, comunque, è bene tenere a mente che si tratta di “concetti generali” prima ancora che di regole invariabili o specifiche. La progettazione e realizzazione di un prodotto editoriale è pur sempre un processo dominato dalla creatività, disciplinato da norme universalmente accettate e indirizzato a stabilire un solido rapporto di reciproca fiducia tra il mezzo di comunicazione e i suoi destinatari.

Pertanto, i quattro principi di seguito elencati sono da intendersi nella loro valenza generica, da cui è consentito (e perfettamente lecito) allontanarsi per ottenere i risultati desiderati.

̶̶  Contrasto

Il contrasto è il principale motivo di attrazione visiva del lettore verso l’architettura globale di una pagina impressa (o di una pagina web).
Quando si osserva una particolare pagina di un giornale, di un libro o di un sito web, la presenza di elementi “contrastanti” incita il lettore a prestare maggiore attenzione al suo contenuto. La ragione può essere superficialmente ricondotta all’abitudine inconscia di allenare il nostro cervello a compiere delle scelte.

Ogni qualvolta abbiamo l’esigenza di selezionare uno tra più elementi, siamo istintivamente propensi a riflettere per qualche secondo su quale sarà la scelta che risponde meglio al nostro bisogno. Maggiore è la quantità di elementi in esame, maggiore sarà il tempo necessario a risolvere l’enigma.

La medesima riflessione vale per quanto riguarda la qualità delle parti coinvolte.

La comprensione dei principi di fondo di tali meccanismi si rivela una precisa e affidabile arma d’assalto tanto per il designer, quanto per l’impaginatore o il publisher, perchè consente di stimolare (sfruttando in una certa misura il vantaggio dell’effetto sorpresa) l’attenzione del lettore, risalendo canali percettivi non abitualmente sorvegliati dalla “coscienza critica”.

Operativamente, per ottenere l’effetto desiderato, è richiesta la compresenza in un unico blocco visivo (ad esempio la pagina), di qualche elemento di distacco, che catturi l’attenzione e svolga la funzione di punto d’appoggio per l’intera architettura.

Esemplificando, l’inserimento in una pagina di rivista di due fotografie cromaticamente diverse costituisce un ottimo punto di partenza per dare inizio ad una salutare sosta di curiosità da parte del lettore.

Ma non è tutto qui. Altri elementi possono svolgere egregiamente lo stesso compito:

Una parola evidenziata in grassetto all’interno di una colonna (ad esempio, un titoletto), un occhiello a cavallo di due colonne (la cosiddetta “civetta”), un elemento cromatico in fondo al testo incolonnato (ad esempio, il quadratino marcapunto utilizzato da molte testate), una linea sottile a dividere due articoli affiancati, una fotografia e un grafico disposti strategicamente, e via discorrendo.

Non bisogna poi dimenticare che il formato finale incide significativamente sulla quantità e sulla qualità degli elementi compositivi utilizzati. Per questo motivo, è sempre opportuno equilibrare con oculatezza gli spazi occupati e quelli vuoti. In definitiva, anche questi ultimi possono essere un ottimo pretesto per creare ritmo e scorrevolezza.

Riassunto: In generale, un certo numero di elementi disposti nella pagina – purché adeguato alle dimensioni complessive del mezzo – tenderà sempre a restituire un tempo di attenzione maggiore da parte dell’utente.

̶̶  Prossimità

Il primo equivoco che può sorgere nel momento in cui si conteggiano gli elementi di contrasto applicati alla pagina è quello di considerare tutte le componenti come entità individuali.

Per risolvere l’impasse è necessario chiarire quali elementi devono essere conteggiati insieme e quali possono essere distinti nella computazione. Il criterio normalmente usato per stabilire queste differenze è la cosiddetta prossimità.

Gli oggetti visivi che creano corrispondenza diretta (titolo e testo, foto e didascalia, civetta e colonne, “bianchi e neri” – cioè spazi occupati e vuoti, ecc.) devono essere raggruppati in una cifra unitaria, poichè  l’ordine di cui necessitano è di norma direttamente consecutivo. In altri termini, i blocchi derivati dalla composizione di almeno due degli elementi citati (che, per la cronaca, sono sempre molto più complessi) nascono e vivono in strettissima vicinanza, e devono perciò considerarsi come un unico elemento di contrasto.

Ancora una volta, la prossimità degli elementi compositivi non è una “scienza esatta”, nel senso che lo scopo ultimo della loro presenza è e rimane il principale elemento discriminante nella scelta della collocazione spaziale.

Ad ogni modo, anche la finalità comunicativa deve seguire la norma per cui gli elementi che fanno riferimento alla medesima informazione devono essere tenuti insieme. Il posizionamento aleatorio delle parti ha sempre per effetto collaterale l’aumento incontrollato del disordine e della disarmonia visiva.

Tanto per usare un esempio estremo, si immagini di leggere il menu di un ristorante e di scoprire che i loro piatti – tutti eccellentissimi – sono elencati alla rinfusa, per cui quel meraviglioso spaghettino con gli scampi è appena una riga sotto lo zampone di maiale in crosta e un paio di righe sopra lo strudel di cocomero e ghiande. La cosa in sé potrebbe non preoccuparvi più di tanto, ma è abbastanza ovvio che chi ha concepito il menu dovrebbe essere decapitato sul posto!

I blocchi compositivi migliorano la loro leggibilità e fruizione quando sono disposti armonicamente gli uni con gli altri, secondo un principio di prossimità che ne favorisca l’ordine e la fluidità, contribuendo peraltro ad un’efficace funzione di contrasto.

Riassunto: La prossimità favorisce la consistenza della pagina e, in generale, del mezzo di comunicazione. Occhio allo strudel di scampi in crosta!

̶̶  Allineamento

La pulizia della pagina è un requisito essenziale per la riuscita dell’esperienza grafica complessiva. Lo strumento che consente di ottenere il risultato maggiore, con lo sforzo minore, è l’allineamento.

Blocchi, decorativismi, testo avulso e tutto ciò che contribuisce alla composizione della pagina deve presentare il colpo d’occhio della sua regolarità lineare. Il problema è piuttosto marginale quando ci riferiamo al lato sinistro (per convenzione di lettura) del contenitore utilizzato; tuttavia, i lati superiore, inferiore e destro di ogni elemento possono talvolta impegnare molte energie per ottenere i risultati perseguiti.

In genere, una buona scorciatoia per “limitare i danni” derivati da un uso improprio degli allineamenti, è quello di far coincidere due linee di margine, distanziate di qualche punto tipografico, al lato di ogni elemento impaginato, affinché ogni elemento ulteriormente collocato a ridosso delle medesime linee possa “appoggiarsi” ad esse. La maggior parte dei software di grafica e DTP consentono di inserire materialmente una linea-guida (verticale e orizzontale) in qualsiasi punto della pagina, con lo scopo di fornire un punto di ancoraggio per tutti gli elementi da posizionare ed allineare.

Con un buon uso degli allineamenti, migliora anche la disposizione degli elementi in gioco, secondo il principio della prossimità: ad ogni blocco deve corrispondere una certa quantità di “bianco”, il gutter o alley, che funzioni da elemento divisorio per evitare zone di sovrapposizione grafica e testuale.

Prima di intraprendere qualsiasi sperimentazione è da considerarsi obbligatoria l’esplorazione delle infinite possibilità offerte dal gutter, sul cui potenziale ritmico si fonda, a mio modesto parere, la migliore presentazione possibile di qualsiasi font.

̶̶  Ripetizione

L’ultimo dei quattro concetti di base, ma probabilmente il primo per importanza.

La sua collocazione a chiusura di questo post, pertanto, deve intendersi come disposizione di prestigio, dovendo necessariamente rimanere ben impresso nella mente di chiunque si avvicini al mondo della produzione visuale.
Avviso sin da questo momento che il concetto di ripetizione sarà spesso citato, direttamente o indirettamente, in successivi interventi. Il motivo è che intorno ad esso ruotano una serie di declinazioni professionali articolate e consistenti su cui è imprescindibile ritornare con frequenza.

La consistenza di una pubblicazione (cartacea o virtuale) è legata a doppio filo alla ripetitività con cui certi elementi si presentano al lettore o all’utente.

Un esempio abusato ma attualissimo è il noto social network Facebook. Ogni singola pagina della gigantesca piattaforma di comunicazione sociale ripete costantemente alcuni elementi identificativi, quali il nome del servizio (Facebook, appunto), il colore blu di tutti gli elementi fissi, la grafica dei bottoni di condivisione, ecc.

Non tutti hanno però notato che è del tutto impossibile modificare il set di colori o di caratteri con cui le pagine si presentano all’utente. Altre piattaforme (MySpace, Yahoo o l’altrettanto immensa piattaforma iGoogle) consentono un certo livello di personalizzazione, che nel caso di MySpace hanno condotto ad un netto sopravvento dell’utenza e la conseguente perdita di interesse nei confronti del promettente network – ovviamente non è questa la prima o la più importante delle ragioni, ma certamente una di quelle che hanno contribuito al deterioramento complessivo del servizio.

La ripetitività nella somministrazione del marchio è utile per due ordini di ragioni:

La prima è legata alla popolarità del mezzo di comunicazione cui esso fa riferimento, destinata a crescere in misura direttamente proporzionale alla sua visibilità.

La seconda, meno subliminale e più influente, è relativa alla crescita del sentimento di affidabilità che l’utente medio ripone nella società commerciale che amministra il sito più frequentato al mondo. In questo modo, fulcro della strategia posizionale di Facebook, entrambi gli attori dello scambio reso possibile dal network ne emergono, nella realtà o nella propria percezione, rinforzati.

Facebook, che non è di certo l’inventore di questo sistema relazionale, costituisce oggi il suo migliore interprete.

La stessa strategia è rintracciabile nella carta stampata, dalla norma grafica delle testate giornalistiche allo stile di collana pedissequamente tutelato dalle case editrici, dalla relativa creatività della comunicazione visuale delle case discografiche, limitata dalla finitezza spaziale del supporto meccanico di trasmissione (il cd, ad esempio, ma ancor di più le preistoriche musicassette), al macrocosmo – anch’esso finito – delle case di produzione cinematografica (peraltro, per motivi in parte analoghi alle case discografiche).

Dal punto di vista strettamente grafico, la ripetizione degli elementi di design nei differenti contenitori di cui ogni progetto si compone (pagine, nel caso di giornali, libri, ecc.) favorisce lo sviluppo dell’organizzazione delle sue parti e consolida l’unità complessiva del prodotto finito.

Per ottenere tali risultati, ogni elemento significativo può e deve essere ripetuto tante volte, nell’arco spaziale del prodotto, quante ne risultino necessarie a ottenere la sua consistenza.

Forme, colori, fonts, dimensioni, formato, design grafico e tutto ciò che interviene nella progettazione e realizzazione di un prodotto editoriale devono essere pianificati meticolosamente, per scongiurare l’effetto straniante, e potenzialmente fatale dal punto di vista commerciale, di una sua inefficace presentazione.

Riassunto: La ripetizione degli elementi significanti è il centro della migliore strategia di consolidamento di un marchio e dei suoi prodotti (editoriali e non solo): ne costruisce l’immagine e stimola nell’utente la crescita di fiducia, a vantaggio della consistenza.

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